RE-infodemia Consultant Book - N.16

CONSULTANT BOOK

CASO STUDIO

SHITSTORM

CRISI O CONSEGUENZA?

UMANESIMO 5.0

LA MENTE NON VA

IN PENSIONE

RE-infodemia

dell’ECOSISTEMA DIGITALE

UMANESIMO 5.0

MENTE E IPERCONNESSIONE

Tutti i diritti riservati. Il contenuto è di proprietà esclusiva ed è vietata qualsiasi forma di utilizzo, riproduzione, distribuzione o

modifica, totale o parziale, senza il preventivo consenso scritto.

I singoli articoli sono disponibili sul sito www.tandc.it.

N.16

Anno II

Aprile

2026

TandC

UMANESIMO 5.0

ECOLOGIA DIGITALE

ERP DEMATERIAL

ECOSISTEMA DIGITALE

IL VALORE DELLE CONNESSIONI

UMANESIMO 5.0

ERP Dematerial è una piattaforma progettata per ottimizzare i flussi di lavoro attraverso un vero

e proprio ecosistema digitale. Il nostro obiettivo è quello di facilitare la collaborazione e le con­

nessioni tra professionisti attraverso il supporto nella gestione di documenti, pratiche e progetti.

All’interno della piattaforma, vengono utilizzati modelli e prodotti informatici che integrano l’uti­

lizzo di tecnologie all’avanguardia come l’Intelligenza Artificiale e il Machine Learning, alle quali

viene affiancato l’intelletto umano e la sua capacità di analizzare i dati e di trasformarli in soluzio­

ni concrete e applicabili.

Ogni componente di questo sistema lavora in modo sinergico per permettere alle aziende di otti­

mizzare i propri processi e di diventare più efficienti e competitive. Infatti, la forza dell’ecosistema

digitale si trova proprio nell’unione tra intelletto umano e innovazione tecnologica, due fattori che

si incontrano per dare forma al futuro, ponendosi non come elementi opposti ma complementari.

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L’ECOSISTEMA DIGITALE:

IL SUPPORTO ALLA CREAZIONE

DI UNA IMPRESA

STRUMENTI E TECNOLOGIA

Il momento in cui si decide di creare una impresa è si­

curamente una questione personale, individuale, che

spesso viene vista come una sfida strategica e tante

volte anche operativa. Se attualizziamo l’analisi nel

momento storico che stiamo vivendo, avviare un’im­

presa di successo non è facile, anzi, perché oggi le sfide

sono ancora più grandi, in quanto i fondatori operano

in un contesto più incerto ed esigente dovuto alla crisi

finanziaria, caratterizzato da finanziamenti più limitati,

tassi di fallimento più elevati, rapidi cambiamenti tec­

nologici e costante volatilità.

Lo scenario in cui ci si confronta, introduce un aumen­

to delle pressioni esterne e anche il peso psicologico

con fenomeni di burnout che devono essere comun­

que gestiti.

Diventa pertanto fondamentale che non pervada silen­

ziosamente il peso dell’insicurezza sugli scenari futuri

sebbene che, un imprenditore, nel momento che decide

di creare una azienda, oltre a mettere in discussione le

proprie idee, la propria capacità, non deve condizionare

l’azione di sviluppo e non influenzare i propri collabora­

tori e stakeholder.

Ma l’insicurezza non è il problema. Lo diventa se non si

sa come gestirla. Pertanto nel momento in cui si crea

una start up bisogna imparare ad anticipare e gesti­

re i propri dubbi, piuttosto che ignorarli o sopprimerli,

prendendo decisioni più chiare, che permettano di gui­

dare con maggiore stabilità e resilienza.

Conseguenza dell’insicurezza, può essere la solitudine, in

cui prendere decisioni predittive e strategiche, facendo

maturare l’insorgenza del dubbio che può concorrere ad

aumentare una pseudo consapevolezza di un fallimento

imminente, anche perché verosimilmente il rapporto con i

collaboratori, con i soci, non sono tutti allo stesso livello a

cui si aggiunge il difficile supporto istituzionale, la rigidità

degli investitori e più in generale l’accesso al credito.

Avere la possibilità di agire in un vero Ecosistema Di­

gitale, come reale punto di riferimento, eviterebbe che,

le battute d’arresto, che sicuramente temporaneamente

si presentano, non sembrino prove di inadeguatezza ed

agiscano sulla mente dei fondatori della start up in ma­

niera pessimistica.

L’ecosistema digitale avrebbe una funzione nel contra­

stare deliberatamente questa deriva creando un acces­

so strutturato a una prospettiva esterna nel modo in cui

la start up inizia ad operare, fornendo l’identificazione

di diverse persone con cui confrontarsi: colleghi, forma­

tori, partner o più in generale professionisti capaci di

rappresentare un elemento di positività all’interno dello

sviluppo imprenditoriale anche per prendere in prestito

la prospettiva di altri, che non significa cercare confer­

ma o esternalizzare il giudizio, significa cogliere i modi

in cui l’isolamento e il dubbio possano non distorcere

il proprio pensiero, migliorando l’adeguamento del pro­

dotto al mercato, raccogliere capitali, far crescere i pro­

cessi e il personale della tua azienda.

Bisogna tenere ben presente che, indipendentemente

dalla nostra volontà, alcune cose sfuggono al nostro

controllo. I mercati evolvono, gli investitori cambiano

rotta e il tempismo può intervenire in modi che nessu­

na preparazione può prevenire. Accettare questa realtà

non mina la tua ambizione. Piuttosto, ti aiuta a mantenere

la lucidità e a concentrarti su ciò che puoi controllare —

come i tuoi sforzi, le tue decisioni, la tua leadership e la

tua integrità — senza legare la tua identità a risultati che

non puoi pienamente determinare.

L’ecosistema digitale aiuta a resistere meglio alle pres­

sioni, ai sacrifici personali, alle lunghe ore di lavoro, alla

sempre più crescente disponibilità nel soddisfare le più

disparate richieste, che da un lato ci assimila a degli eroi

ma dall’altro può nascondere un sottile esaurimento cro­

nico che erode il giudizio, la stabilità emotiva e la salute.

In buona sostanza, costruire una start up all’interno in un

ecosistema digitale significa integrare tecnologie, proces­

si e persone per creare valore in un ambiente connesso,

non limitandosi all’adozione di singoli strumenti. Si trat­

ta di utilizzare una piattaforma, capace di interagire con

clienti, partner e fornitori attraverso interconnessioni e

flussi di dati condivisi per ottenere un approccio che non

resti un’iniziativa puramente tecnologica, ma di business,

formulando una reingegnerizzazione dei processi ed in­

troducendo una cultura digitale nel promuovere una men­

talità digitale all’interno dell’azienda, superando la resi­

stenza al cambiamento e investendo nella formazione del

capitale umano. 

Significa poter sfruttare una infrastruttura digitale che

utilizzi soluzioni per abbattere i costi, che abbia una in­

teroperabilità che adotti tecnologie che permettono alle

diverse applicazioni di condividere informazioni in un am­

biente di lavoro che integri strumenti di comunicazione,

pianificazione, collaborazione e gestione documentale. 

I pilastri che ci permettono di garantire il successo sono

rappresentati dalla sicurezza e dalla compliance nel

rispetto delle normative, fondamentale per la collabo­

razione all’interno dell’ecosistema, dall’integrazione di

strumenti di AI per l’analisi predittiva e per personalizza­

re l’esperienza del cliente, e soprattutto da un approccio

“passo dopo passo” che per le piccole imprese è la strate­

gia migliore per adeguare soluzioni specifiche integrando

strumenti focalizzati tra loro e per loro. 

Continuiamo a sviluppare l’ecosistema digitale nell’unico

interesse di far evolvere le azienda ed i loro dipenden­

ti passando da un’entità chiusa a una piattaforma aperta

che sfrutti la sommatorie delle competenze per generare

valore sostenibile.

“Questo è il potere delle persone”.

SEMPRE AVANTI…

ANGELO MURACA

CEO e Founder

di Tecnologie e Consulenze SRLS

Consulente finanziario

Docente e formatore in ambito

dematerializzazione cartacea e firma digitale

Membro CTS della FIS

con delega alla finanza

COPERTINA

MENTE E IPERCONNESSIONE

di Maria Luisa Trinca, Biologa e Counselor relazionale

INDICE

SHITSTORM: COMPRENDERE E GESTIRE

di Giuseppina Melino, Cosmica Digital Marketing

ECOSISTEMA DIGITALE

ECOSISTEMA DIGITALE

CONSULTANT BOOK

DELL’ECOSISTEMA DIGITALE

Anno II - N.16

Edizione Aprile 2026

RE-infodemia

UMANESIMO 5.0

UMANESIMO 5.0

LA MENTE NON VA IN PENSIONE

di Paola Manzi, Cosmica Digital Marketing

TECNICO VETERINARIO: REALTÀ VERA

di Beatrice Airaldi, Tecnico Veterinario

ECOLOGIA DIGITALE: MENO RUMORE, PIÙ SENSO

di Roberta Martinelli, Digital Marketing

HOW-TO?

come gestire uno shitstorm on-line

SHITSTORM: CRISI O CONSEGUENZA?

TandC, Consulente specializzato in gestione del

sovraindebitamento

CASO STUDIO

CASO STUDIO

IL

IL

IL

Ecologia digitale:

meno rumore, più senso

Siamo sempre connessi, ma raramente concentrati. Le giornate

iniziano con una notifica e finiscono con l’ultima email “al volo”.

Nel mezzo, riunioni, chat, alert, dashboard, aggiornamenti con­

tinui. Ci raccontiamo che è efficienza. In realtà spesso è solo

rumore. Non abbiamo bisogno di un digital detox da eremiti

tecnologici. Abbiamo bisogno di ecologia digitale: un modo in­

telligente, umano e strategico di integrare strumenti e atten­

zione. Perché la vera risorsa scarsa oggi non è il tempo. È la

qualità della nostra presenza.

Qualche settimana fa, in

un’azienda strutturata e di­

gitale “evoluta”, durante un

workshop ho chiesto: quante

piattaforme usate ogni gior­

no? Silenzio. Poi qualcuno

ha iniziato a contare. Chat

interne, CRM, tool di project

management, email, gruppi

paralleli, call di allineamento.

Nessuno era certo del nume­

ro esatto. Tutti erano certi di

una cosa: la sensazione co­

stante di rincorrere.

Ogni notifica è una promessa

di urgenza. Ogni vibrazione

sposta l’attenzione. Una ri­

cerca della University of Ca­

lifornia Irvine evidenzia che

dopo un’interruzione servono

oltre venti minuti per recupe­

rare pienamente la concen­

trazione. Ora moltiplichiamoli

per le decine di stimoli quo­

tidiani. Non è multitasking. È

frammentazione strutturale.

Eppure, continuiamo a chia­

marla produttività.

ARTICOLO ON LINE

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L’ECOSISTEMA

DIGITALE

Mente

strategica,

anima

creativa, cuore digitale. Da

oltre 20 anni trasformo le

idee in azione, il caos in me­

todo, le parole in risultati.

Il mio mantra? Detto-fatto.

Ogni progetto è una sfida,

ogni sfida un’opportunità.

Organizzo, comunico, ispiro:

con entusiasmo e impatto.

Creo brand che lasciano il

segno, strategie che funzio­

nano, connessioni che con­

tano. Perché nel marketing,

come nella vita, non vince

chi parla di più, ma chi sa

farsi ricordare!

Roberta

Martinelli

Digital Marketing

Manager

Membro del Comitato Tecnico

Scientifico della Federazione

Innovazione e Sostenibiltà (FIS)

®

APRILE 2026

IL RUMORE CHE CHIAMIAMO PRODUTTIVITÀ

DALLA REAZIONE ALLA SCELTA

3 MICRO ALLENAMENTI

PRATICI

Il detox operativo non è spe­

gnere tutto. È usare meglio.

In alcune aziende abbiamo

introdotto

pratiche

molto

semplici: finestre orarie per

le email, riunioni solo con

agenda e obiettivo, canali

distinti per informazione e

decisione. All’inizio sembra

una restrizione. Dopo poche

settimane diventa liberazio­

ne. Le persone tornano a fi­

nire ciò che iniziano. Qualità

dell’informazione

significa

selezione. Non tutto ciò che

La vera competenza mana­

geriale e personale oggi è la

leadership

dell’attenzione.

Proteggere il focus proprio

e del team. Stabilire priori­

tà chiare. Ridurre il rumore.

Creare spazi di pensiero stra­

tegico. Le aziende davvero

evolute non saranno quelle

è misurabile è rilevante. Non

tutto ciò che è urgente è pri­

oritario. L’ecologia digitale è

anche questo: decidere cosa

ignorare. La tecnologia, se

ben gestita è straordinaria,

libera tempo e creatività. Au­

tomatizza attività ripetitive,

accelera processi, migliora

la relazione con il cliente.

Quando invece diventa rifles­

so automatico, genera ansia

da risposta immediata e di­

venta un generatore conti­

nuo di urgenze artificiali.

con più piattaforme. Saranno

quelle capaci di creare spazi

di attenzione profonda dentro

ecosistemi complessi. Non

vinceranno le organizzazioni

con più strumenti. Vinceranno

quelle con più lucidità nell’u­

sarli.

UMANESIMO 5.0

TandC

Nel mio lavoro di digital marketing vedo ogni giorno lo stesso

paradosso: strumenti potentissimi… usati in modo caotico. E

persone che mi dicono: “Non riesco a concentrarmi più di die­

ci minuti”. La gestione intelligente del digitale richiede scelte

chiare. È avere il coraggio di chiedersi: questo canale serve

davvero? Questa informazione è utile a decidere o è solo accu­

mulo? Quali metriche guidano davvero le nostre azioni? Qua­

li report sono utili e quali sono solo abitudine? Se ogni tema

passa da email, chat, call e messaggio vocale, il problema non

è la collaborazione. È l’assenza di regole condivise.

Riunioni fissate per riallineare decisioni già prese. Email in co­

pia “per sicurezza”. Messaggi inviati la sera tardi perché tanto

siamo tutti online. Il paradosso è evidente: abbiamo strumenti

per semplificare e li usiamo per complicare.

È anche una questione di responsabilità individuale. Non pos­

siamo attribuire tutto al sistema. Quante volte controlliamo lo

smartphone per abitudine? Quante volte inviamo un messag­

gio perché non vogliamo aspettare? Ogni nostra azione con­

tribuisce al clima digitale del team. La provocazione è questa:

non siamo vittime del digitale. Siamo co-autori del rumore.

Ogni messaggio inviato senza necessità, ogni controllo com­

pulsivo dello smartphone, ogni call convocata “per sicurezza”

contribuisce al clima cognitivo dell’organizzazione.

1. Audit del rumore

Per una settimana annota

quante interruzioni ricevi in

una giornata. Poi elimina il

20% delle notifiche non es­

senziali.

L’ecologia digitale non è una

moda. È una disciplina.

Non è fondamentale quanto

siamo connessi o la veloci­

tà con cui rispondiamo, la

differenza vera la fa quanto

siamo presenti quando conta

davvero.

2. Regola del perché

Prima di introdurre un nuovo

tool chiediti: quale problema

concreto risolve? Se la rispo­

sta è vaga, non serve.

3. Finestra di focus protetto

Blocca ogni giorno almeno 1

ora senza chat, email o riu­

nioni. Difendila come un ap­

puntamento con un cliente

importante. Perché lo è!

È sempre più diffusa, soprattutto tra i giovani ma non solo, la

tendenza a utilizzare dispositivi connessi alla rete per periodi

prolungati. Si manifesta un bisogno costante di rimanere in con­

tatto con il mondo digitale, in particolare con i social network,

fino a trasformarsi in una vera e propria dipendenza da ipercon­

nessione. Questo comportamento non è più episodico, ma strut­

turale: controlliamo notifiche, scorriamo contenuti e interagia­

mo in modo quasi automatico. In questo scenario, il confine tra

utilizzo consapevole e utilizzo compulsivo diventa sempre più

sottile, rendendo necessario fermarsi a riflettere sulle conse­

guenze cognitive e comportamentali.

Lo sviluppo di nuove tecnolo­

gie ha senza dubbio portato

considerevoli vantaggi in un

gran numero di attività e di

contesti, facilitando la comu­

nicazione e l’accesso alle in­

formazioni. Il problema sorge

quando questi strumenti su­

perano un certo limite, tanto

da essere percepiti come in­

dispensabili e non poterne più

fare a meno.

L’origine di questo condizio­

namento risiede in una so­

vrastimolazione continuativa

del sistema nervoso centra­

le. Ogni interazione digitale,

anche minima, induce una

risposta detta di “reazione e

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ARTICOLO ON LINE

L’ECOSISTEMA

DIGITALE

Trinca

Maria Luisa

Nata a Roma il 14 aprile

1961. Dopo una laurea in

Scienze Biologiche e un di­

ploma in counseling con

indirizzo gestaltico rela­

zionale, ho scoperto come

la biologia si integri con la

personalità in una visione

olistica dell’individuo. L’epi­

genetica e le neuroscienze

hanno unito le mie passioni.

Il legame tra corpo e mente

è legato alla percezione alla

consapevolezza del sé, fino

alla valutazione delle pro­

prie risorse e capacità. Oggi

mi occupo di sicurezza sul

lavoro, concentrandomi sui

rischi psicosociali correlati

allo stress.

Membro del Comitato Tecnico

Scientifico della Federazione

Innovazione e Sostenibiltà (FIS)

®

APRILE 2026

ricompensa” mediata dalla

dopamina, un neurotrasmet­

titore che tra le sue funzioni

ha anche quella di genera­

re sensazioni di piacere e di

soddisfazione, motivando così

l’individuo a ripetere quei

comportamenti

appaganti.

L’estrema facilità con cui si

possono ricevere gratificazio­

ni immediate dalla rete, può

creare quindi frequentemente

dipendenze comportamenta­

li che spingono le persone a

voler rimanere sempre più a

lungo connesse, innescando

un ritmo di stimolazioni che a

lungo andare logorano la ma­

teria cellulare del cervello.

Mente e

iperconnessione

Allo stesso tempo, il sovraccarico informativo interferisce con

la plasticità cerebrale, ovvero la capacità del cervello di crea­

re nuove connessioni neuronali. Questa funzione è essenziale

per apprendere, adattarsi ai cambiamenti e sviluppare nuove

competenze. Quando il cervello è costantemente impegnato a

elaborare input rapidi e frammentati, fatica a consolidare le in­

formazioni in modo profondo e duraturo.

A livello biologico, questa condizione di iperstimolazione può

favorire processi di stress ossidativo e infiammazione neu­

ronale, entrambi associati al declino cognitivo. Il cervello, in

sostanza, funziona come se fosse costantemente in stato di

allerta: le energie mentali sono sempre attive, ma disperse e

poco coordinate, conducendo progressivamente a una forma di

esaurimento mentale.

I rischi possono diventare si­

gnificativi nel tempo con l’au­

mentare dei livelli di stress

fisico e mentale.

Una delle aree maggiormen­

te coinvolte è la corteccia

prefrontale, necessaria per i

processi decisionali, la piani­

ficazione, la regolazione del­

le emozioni e il controllo del

Gli effetti si riflettono nella

vita quotidiana in modo sem­

pre più evidente. La memoria

diventa più fragile: ricordare

dettagli, nomi o informazioni

recenti richiede uno sforzo

maggiore e la comprensione

di un testo spesso necessita

di più letture. Anche la cre­

Comprendere queste dinami­

che è oggi fondamentale. Non

si vuole demonizzare la tec­

nologia, ma allo stesso tempo

è necessario sviluppare un

rapporto più consapevole con

gli strumenti digitali.

Solo

adottando

comporta­

comportamento. L’eccessiva

esposizione a stimoli digitali

può contribuire a una ridu­

zione della materia grigia in

questa

regione,

alterando

l’equilibrio delle funzioni ese­

cutive e rendendo più difficile

mantenere attenzione, orga­

nizzare il pensiero e prende­

re decisioni consapevoli.

atività e la capacità di risol­

vere problemi complessi ne

risentono. Una mente conti­

nuamente saturata tende a

produrre risposte rapide ma

superficiali, perdendo quel­

la profondità necessaria per

l’elaborazione

originale

e

l’intuizione.

menti equilibrati e responsa­

bili nell’utilizzo delle poten­

zialità della rete, possiamo

preservare le nostre risorse

cognitive, proteggere la qua­

lità del pensiero e continuare

a evolvere in modo armonico

come individui.

TandC

UMANESIMO 5.0

La mente

non va in pensione

C’è una domanda che mi porto dentro da dieci anni di aule,

corsi e percorsi di orientamento: cosa succede quando una

persona smette di credere di poter imparare ancora qualco­

sa? L’ho vista, quella resa silenziosa. Nei giovani in aula con

lo sguardo già rassegnato. Negli adulti che hanno perso il la­

voro e, con esso, l’idea di avere ancora qualcosa da offrire. E

oggi la vedo in una forma nuova, più sottile e insidiosa: nella

tentazione di affidare il pensiero a una macchina. L’intelligenza

artificiale è potente, affascinante, straordinariamente utile. Ma

non può, e non deve, sostituire la mente che la governa. Quella

mente va allenata, nutrita, tenuta viva.

Ho insegnato a giovani appe­

na usciti dalla scuola supe­

riore e adulti over cinquanta

rimasti senza lavoro. Ho visto

persone reinventarsi a qua­

rantacinque anni, imparare

linguaggi di programmazio­

ne, competenze digitali, tec­

niche di comunicazione che

non avevano mai immagina­

to di dover acquisire. E tut­

te, senza eccezione, avevano

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ARTICOLO ON LINE

L’ECOSISTEMA

DIGITALE

APRILE 2026

Paola Manzi

Digital Marketer

Cosmica

Digital Marketing

Digital marketer e forma­

trice, fa parte del team di

Cosmica Digital Marketing,

un collettivo che combina

tecnologia e creatività per

offrire strategie innovative

e umane. Nel loro lavoro,

valorizzano il cliente come

centro di ogni azione, pro­

muovendo un marketing

che mette al primo posto

le persone.

una cosa in comune: avevano

scelto di non smettere di im­

parare. Oggi quella scelta si

chiama con parole diverse:

lifelong learning, upskilling,

reskilling. Ma nella sostanza

è sempre la stessa cosa: la

decisione consapevole di nu­

trire la propria mente, di non

fermarsi, di non delegare il

pensiero ad altri, tantomeno

ad una macchina.

L’ intelligenza artificiale è la

trasformazione più profonda

che il mercato del lavoro ab­

bia vissuto dalla rivoluzione

industriale. E come allora, c’è

chi teme di essere sostituito e

chi invece capisce che il vero

vantaggio competitivo non

è resistere al cambiamento,

ma stare davanti a esso. Non

si tratta di essere luddisti né

di abbracciare acriticamente

ogni novità. Si tratta di capire

cosa sta succedendo e sce­

gliere da che parte stare: dal­

la parte di chi usa lo strumen­

to, o di chi si fa usare da esso.

Chi vincerà la sfida del futu­

ro? Non il più veloce nell’a­

dottare uno strumento. Non

chi clicca meglio su un’inter­

faccia. Vincerà chi continua

a fare domande, chi sa valu­

tare una risposta, chi ha co­

struito nel tempo una base di

conoscenza solida su cui in­

nestare le nuove tecnologie.

Vincerà chi non ha spento il

cervello. La formazione non è

un lusso riservato ai più for­

tunati. Non è una fase della

vita che finisce con il diplo­

ma. È un atto di cura verso sé

Nelle mie classi vedo ragazzi brillanti che usano strumen­

ti di generazione automatica per scrivere elaborati, svilup­

pare progetti, rispondere alle verifiche. Li capisco: vivono in

un mondo che ha accelerato tutto a una velocità inedita. Ma

quando chiedo loro di spiegare ciò che hanno prodotto, spes­

so emerge un vuoto. Non perché siano incapaci, tutt’altro, ma

perché non hanno attraversato il processo. Non hanno fatto

la fatica bella dell’apprendimento. Quella fatica ha un nome:

pensiero critico. Ed è esattamente ciò che l’AI non può costru­

ire al posto nostro. Il tema non riguarda solo i giovani. Ri­

guarda i lavoratori adulti che ogni giorno si trovano davanti a

strumenti nuovi e scelgono la scorciatoia di lasciarli fare tut­

to. Riguarda i professionisti che smettono di aggiornarsi per­

ché «tanto c’è l’AI». Riguarda chiunque, a qualsiasi età, decida

che imparare non vale più la pena. Il rischio non è solo indivi­

duale: è collettivo. Una forza lavoro che ha smesso di pensare

è una risorsa che si svuota lentamente.

L’AI non pensa. Elabora. As­

socia. Predice. Lo fa in modo

straordinario, su quantità di

dati che nessun cervello uma­

no potrebbe gestire da solo.

Ma non capisce. Non ha con­

testo. Non ha esperienza vis­

suta. Non ha quella cosa me­

ravigliosa e complicata che

si chiama giudizio critico. Per

usare bene uno strumento

potente bisogna conoscerlo a

fondo, e per conoscerlo biso­

gna studiare, non l’AI in sé,

ma le basi che permettono di

valutarla, interrogarla, cor­

reggerla quando sbaglia.

stessi, un investimento che

nessuna crisi può svalutare

e nessun algoritmo può imi­

tare. È la differenza concreta

tra usare l’AI e farsi usare da

essa. Ho visto persone ripar­

tire da zero a cinquant’anni e

trovare una nuova direzione.

Ho visto giovani sfiduciati di­

ventare professionisti capaci,

non perché qualcuno avesse

fatto il lavoro al posto loro,

ma perché avevano scelto

di attraversare la difficoltà.

Quella scelta è ancora dispo­

nibile. Per tutti. Sempre.

UMANESIMO 5.0

TandC

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ARTICOLO ON LINE

L’ECOSISTEMA

DIGITALE

APRILE 2026

SHITSTORM:

COMPRENDERE E GESTIRE

Giuseppina

Melino

Social Media Marketer

Cosmica Digital Marketing

Social Media Marketer.

Esperta in analisi strategi­

ca, creazione di piani edito­

riali e sviluppo di contenuti

digitali. Specializzata in

analisi del cliente, competi­

tor, copywriting, montaggio

video e grafica per i social.

Supporto i clienti nel rag­

giungimento dei loro obiet­

tivi

attraverso

l’ascolto

attivo, la curiosità e la cre­

atività.

Mi capita sempre più spesso di dover gestire situazioni di odio

sui social per aziende. Tecnicamente, shitstorming. Persino

sulla mia pagina di cucina ho ricevuto critiche umanamente

imbarazzanti per un video sulla polenta. Quando un contenuto

diventa virale è facile incorrere in questo tipo di reazioni ed è

fondamentale saper gestire e utilizzare gli strumenti a dispo­

sizione. Quello che ho notato nel tempo è che la piattaforma

più critica è quella con un pubblico adulto, dove spesso si per­

de oggettività. Nel caso della “polenta”, analizzando oggetti­

vamente il video registrato di getto, alcune reazioni erano in

parte prevedibili.

Questo episodio, apparente­

mente banale, è in realtà un

caso studio utile per com­

prendere come nasce e si svi­

luppa uno shitstorm. Quando

un contenuto raggiunge una

visibilità elevata, entra in

contatto con pubblici diversi,

sensibilità differenti e livelli

di tolleranza molto variabi­

li. È in questo passaggio che

la comunicazione viene real­

mente testata. Nel mio caso,

il tema era semplice: un vi­

deo sulla polenta. Ma proprio

nella semplicità si nasconde

il primo errore. Comunicare

in modo fluido, senza preci­

sione, può lasciare spazio a

interpretazioni. E le interpre­

tazioni, sui social, diventano

rapidamente polemiche.

UMANESIMO 5.0

A questo si aggiunge un altro fattore rilevante: il pubblico. L’e­

sperienza mi ha portato a osservare come, in alcune piattafor­

me con un target più adulto, il livello di aggressività aumenti.

Non necessariamente in termini di quantità, ma di qualità delle

interazioni. Si perde oggettività e si entra più facilmente in una

dimensione personale. Questo non significa che il problema sia

il pubblico. Significa che il contesto cambia e va letto. Distingue­

re i livelli di reazione diventa quindi fondamentale. Non tutte le

critiche sono uguali e trattarle allo stesso modo è un errore.

Se letto correttamente, permette di individuare punti deboli nella

comunicazione, incoerenze o semplici leggerezze. Trasformare un

errore in una lesson learned è l’unico modo per dare valore a una

crisi. Il punto, quindi, non è evitare completamente lo shitstorming.

Questo, soprattutto online, è spesso impossibile. Il punto è esse­

re preparati a leggerlo, interpretarlo e gestirlo. Perché quando un

contenuto diventa pubblico, non appartiene più solo a chi lo ha cre­

ato. Appartiene anche a chi lo osserva, lo interpreta e lo commen­

ta. E ignorare questa dinamica significa esporsi senza strumenti.

Da un punto di vista tecnico,

ho identificato due elementi

distinti. Il primo riguarda la

modalità comunicativa. Un

contenuto registrato di get­

to, senza una struttura chia­

ra, espone a fraintendimenti.

Non perché sia scorretto, ma

perché lascia margine a chi

osserva di riempire i vuoti

con il proprio punto di vista. Il

secondo riguarda il contenu­

Alcuni commenti, anche se

espressi in modo diretto, con­

tengono elementi utili. Sono

segnali che permettono di mi­

gliorare e correggere il tiro.

Altri contribuiscono solo ad

alimentare

la

discussione.

Altri ancora non hanno alcun

valore se non quello di ampli­

ficare il rumore. Nel mio caso,

Nel caso studio della “polen­

ta”, il risultato non è stato

solo una gestione della crisi,

ma una maggiore consapevo­

lezza comunicativa. Ed è da

qui che bisogna partire: non

dal timore dello shitstorm,

TandC

to stesso. Nel caso specifico,

l’uso dell’olio nella polenta ha

attivato una dinamica legata a

usi, tradizioni e abitudini per­

sonali. Qui le reazioni diven­

tano inevitabilmente opinabili.

Non esiste una verità assolu­

ta, ma una molteplicità di in­

terpretazioni.

Ed è proprio in questo tipo di

contesto che lo shitstorm tro­

va terreno fertile.

la parte più interessante non

è stata la critica in sé, ma la

possibilità di analizzare l’er­

rore. La mancanza di preci­

sione, unita a un tema comu­

ne, ha generato una reazione

prevedibile. Non completa­

mente, ma in parte sì. Ed è

proprio qui che uno shitstorm

può diventare uno strumento.

ma dalla capacità di com­

prenderlo. Se vuoi appro­

fondire questo approccio e

analizzare nel dettaglio dina­

miche puoi consultare il caso

studio completo nella sezione

dedicata di REINFODEMIA.

Tecnico veterinario:

realtà vera

Spesso mi chiedono che lavoro sia quello del tecnico veterina­

rio. Ho scelto di raccontarvelo in modo diverso, non con defi­

nizioni fredde o descrizioni tecniche, ma attraverso immagini

capaci di restituire ciò che davvero significa essere lì, in pri­

ma linea. Ho immaginato aule piene di studio e concentrazio­

ne, perché tutto parte da una preparazione solida, fatta di sa­

crificio e consapevolezza. Poi ho portato lo sguardo dentro la

realtà clinica: emergenze, gesti precisi, decisioni rapide. Ogni

scena costruita non è solo rappresentazione, ma traduzione vi­

siva di competenza, responsabilità e presenza. Perché questo

lavoro non si improvvisa, si costruisce giorno dopo giorno, con

rigore e umanità.

Descrivere non basta, è ne­

cessario farlo vedere, quasi

toccare, perché è un ruolo che

si comprende davvero solo

quando si entra nel suo ritmo,

nella sua tensione, nella sua

responsabilità quotidiana.

Tutto parte da un’aula. Non

un luogo neutro, ma uno

spazio carico di aspettative.

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ARTICOLO ON LINE

L’ECOSISTEMA

DIGITALE

Beatrice Airaldi, classe 2001,

cresce guidata da una pro­

fonda empatia, uno sguardo

attento e una curiosità viva­

ce. Il teatro la conquista pre­

sto: si diploma all’Accademia

Mario Brusa di Torino, dove

impara a osservare il mondo

e le persone con sensibilità

artistica. Ma il suo percor­

so non si ferma qui. Mossa

dall’amore per gli animali, si

specializza come tecnico ve­

terinario con ABIVET, unen­

do così scienza e passione.

Oggi Beatrice è ponte tra

emozioni e competenze, tra

palcoscenico e clinica, sem­

pre pronta a scoprire nuove

storie e a prendersi cura di

chi le sta accanto.

APRILE 2026

Beatrice Airaldi

Tecnico Veterinario

Studiare per noi significa co­

struire una base solida su cui

poggeranno decisioni reali.

Ogni pagina letta, ogni concet­

to appreso, è un tassello che

servirà quando non ci sarà

tempo per pensare troppo.

La passione non basta. Serve

disciplina, metodo, presenza

mentale.

TandC

UMANESIMO 5.0

Quando si arriva alla pratica cambia tutto. L’ingresso in una cli­

nica non è mai neutro: è il passaggio da ciò che immagini a ciò

che accade davvero. Un gatto arriva in barella, ferito, e il tem­

po si contrae. Non c’è spazio per l’esitazione. Ogni gesto deve

essere preciso, coordinato con i colleghi, utile. Non è adrenali­

na fine a sé stessa, è controllo. È sapere esattamente cosa fare

mentre tutto intorno accelera.

E poi c’è la chirurgia. Il passaggio degli strumenti, la sincroniz­

zazione con il chirurgo, il rispetto dei tempi e degli spazi. Qui

il tecnico veterinario non è una figura di supporto passivo, ma

parte attiva di un sistema complesso. Ogni movimento ha un

significato, ogni scelta incide sul risultato. È un lavoro silenzio­

so, ma fondamentale.

Da questo quadro generale emerge che il tecnico veterinario

non è solo un mestiere, ma una figura professionale completa.

Preparazione, precisione, capacità di gestire l’imprevisto, ma

anche presenza umana, empatia, accoglienza, ascolto nei mo­

menti in cui serve davvero.

Ci sono momenti ancora più

delicati, come un massaggio

cardiaco

o

un’intubazione.

Scene che dall’esterno pos­

sono sembrare drammatiche,

ma che dall’interno richiedono

Il momento più difficile è sicu­

ramente l’eutanasia. Qui non

esistono

protocolli

emotivi

perfetti. Esiste la presenza.

Essere

accanto

all’animale

e ai suoi proprietari significa

lucidità assoluta. Le mani non

possono tremare, lo sguar­

do deve restare focalizzato,

la mente deve essere già un

passo avanti. La preparazione

che si traduce in azione.

sostenere, senza invadere, ac­

compagnare senza sovrappor­

si. È un equilibrio sottile, che

non si impara sui libri, ma che

nasce da una profonda consa­

pevolezza del proprio ruolo.

ARTICOLO ON LINE

L’ECOSISTEMA

DIGITALE

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APRILE 2026

SHITSTORM

CRISI O CONSEGUENZA?

CASO STUDIO

Lo shitstorming viene spesso raccontato come un attacco im­

provviso, incontrollabile, quasi ingiusto. Una folla digitale che

si accanisce senza motivo, travolgendo persone, brand e orga­

nizzazioni. È una narrazione comoda. Ma raramente è quella

reale. Nella maggior parte dei casi, uno shitstorm non nasce

dal nulla. È l’effetto visibile di qualcosa che esisteva già: un er­

rore, una leggerezza o, più spesso, una comunicazione gestita

senza le competenze necessarie. Perché esporsi sui social non

è un atto neutro. È una scelta strategica. E come tale, richie­

de consapevolezza, visione e responsabilità. Il problema è che

questa responsabilità, soprattutto nelle aziende, viene ancora

troppo spesso sottovalutata.

Sui social siamo tutti esposti. Chiunque pubblichi diventa un

potenziale bersaglio. Ma questa consapevolezza viene spes­

so usata come alibi: se tutto può succedere a chiunque, allora

nessuno è davvero responsabile. La realtà è più scomoda. Non

tutte le crisi sono casuali. Uno degli errori più diffusi è con­

siderare lo shitstorm come un fenomeno esterno. In realtà,

spesso è il risultato di scelte comunicative fragili, incoerenti

o superficiali. A questo si aggiunge una distanza evidente tra

teoria e pratica: sapere cos’è una crisi non significa saperla ge­

stire. Quando arriva, la reazione è spesso tardiva o sbagliata.

E la situazione degenera.

Il problema

TandC

CONSULENTE

SPECIALIZZATO IN

GESTIONE DEL

SOVRAINDEBITAMENTO

Rete di esperti in diritto

fallimentare e gestione del

sovraindebitamento,

con

oltre 10 anni di esperienza

nell’affiancare soggetti in

situazioni di crisi economi­

ca. Promotore di interven­

ti etici che puntano alla

ristrutturazione del debito

e alla valorizzazione delle

risorse personali e azien­

dali. La missione è garan­

tire soluzioni che uniscano

rispetto delle regole e se­

renità ai clienti, trasfor­

mando le difficoltà in op­

portunità di ripartenza.

Settore della crisi e del debito

privato

TandC

CASO STUDIO

La soluzione

Le conclusioni

Uno degli errori più comuni è

trattare ogni shitstorm come

un blocco unico. Come se tut­

te le reazioni negative aves­

sero lo stesso valore.

Non è così.

All’interno di uno shitstorm

convivono livelli diversi, e

saperli distinguere è il primo

passo per non peggiorare la

situazione.

C’è una forma iniziale, spesso

ignorata: la critica costrutti­

va. Anche quando è espressa

in modo diretto o scomodo,

contiene un elemento utile.

Segnala una frattura tra ciò

che viene comunicato e ciò

che viene percepito. È il pun­

to più prezioso, perché per­

mette di intervenire prima

che la crisi esploda.

Ignorarla o liquidarla come

“hate” è un errore strategico.

Lo shitstorming è problema e sintomo.

Se da un lato evidenzia il momento in cui una comunicazione fragile o gestita senza compe­

tenze diventa visibile a tutti. Dall’altro, però, può trasformarsi in una dinamica autonoma,

dove il contenuto passa in secondo piano e prende spazio una reazione eccessiva, spesso

scollegata dal contesto. È qui che serve lucidità. Per le aziende resta una responsabilità chia­

ra: comunicare in modo consapevole, strutturato e proattivo. Esporsi senza competenze si­

gnifica aumentare il rischio. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia. Non tutto ciò che

accade online è sempre proporzionato o costruttivo. Alcune dinamiche vanno riconosciute,

contestualizzate e, quando necessario, contenute entro confini precisi, soprattutto quando

degenerano in attacchi sterili. Ed è proprio in questo equilibrio che si gioca la differenza. Ge­

stire uno shitstorm non è un’attività improvvisata. Richiede esperienza, capacità di lettura e

decisione. Richiede professionisti. Perché senza competenze, il rischio non è solo subire una

crisi. È contribuire ad amplificarla.

Poi esiste una zona interme­

dia, più complessa: commen­

ti ironici, provocatori o critici

che non nascono necessaria­

mente per distruggere, ma

contribuiscono ad alimentare

la tensione. Qui serve lucidi­

tà. Non tutto va ignorato, ma

non tutto merita risposta.

Infine, c’è il livello più sterile:

l’odio puro. Attacchi persona­

li, insulti, dinamiche di mas­

sa che non cercano confronto

ma visibilità. In questa fase,

il contenuto perde rilevanza.

Conta solo la reazione.

Il problema è che molte or­

ganizzazioni non fanno que­

sta distinzione. Rispondono

a tutto allo stesso modo, op­

pure non rispondono affatto.

In entrambi i casi, perdono

il controllo. Gestire uno shi­

tstorm non significa spe­

gnerlo, ma leggerlo corret­

tamente.

Questo richiede preparazione

reale: ruoli chiari, tempi di ri­

sposta definiti, capacità di de­

cidere. Non documenti teorici,

ma strumenti operativi.

Serve anche un linguaggio di­

verso. Le risposte standard,

fredde, costruite, non funzio­

nano. Senza una presa di re­

sponsabilità concreta, ogni

messaggio rischia di amplifi­

care la distanza. E serve ve­

locità. Il silenzio non è neutro:

viene interpretato. Spesso

come indifferenza o colpa.

Soprattutto, serve compe­

tenza. Perché esporsi online

senza una guida adeguata si­

gnifica lasciare spazio all’im­

provvisazione. E l’improvvi­

sazione, in contesti pubblici,

ha sempre un prezzo.

HOW-TO...?

Gestire uno shitstorm online

Quando uno shitstorm inizia, il tempo diventa il fattore più critico. Pen­

sare di poterlo gestire in autonomia, senza competenze specifiche, è

uno degli errori più frequenti. La gestione di una crisi richiede metodo,

esperienza e capacità decisionale. Per questo motivo, affidarsi a figure

competenti non è un’opzione, ma una necessità.

Per ridurre i danni e mantenere il controllo:

Evita l’improvvisazione

Delegare la gestione a chi “usa i social” non basta. Serve

esperienza reale nella gestione delle crisi. 

Affidati a professionisti

Chi ha competenze sa leggere il contesto, distinguere i li­

velli della crisi e scegliere cosa fare (e cosa non fare). 

Analizza prima di agire

Capire origine, tono e dinamiche è fondamentale. Reagire

senza analisi amplifica il problema. 

Distingui le reazioni

Critica costruttiva, provocazione e odio richiedono ap­

procci diversi. Un errore qui compromette tutto. 

Definisci una strategia chiara

Tono, messaggi e tempi devono essere coerenti. Le rispo­

ste improvvisate creano ulteriori frizioni. 

Comunica in modo umano

Niente formule standard. Serve responsabilità e coerenza. 

Gestisci i tempi con lucidità

Il silenzio è interpretato, ma anche la fretta è rischiosa. Ser­

ve equilibrio, non reazione impulsiva. .

Non alimentare dinamiche tossiche

Alcuni contenuti non vanno gestiti pubblicamente. Serve

esperienza per riconoscerli. 

Monitora e adatta la gestione

La crisi evolve rapidamente. Senza controllo costante, si

perde il quadro. 

Analizza a posteriori

Una gestione professionale non finisce con la crisi, ma con

la capacità di apprendere da essa. 

10

L’ECOSISTEMA

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ARTICOLO ON LINE

APRILE 2026

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Uno shitstorm si gestisce con competenze. E quando queste mancano, il

rischio non è solo sbagliare, ma amplificare il danno.

L’innovazione

al servizio

della sostenibilità aziendale

TandC

Veterinary Technician

The Real Reality

People often ask me what being a veterinary technician is like.

I chose to tell it in a different way—not through cold defini­

tions or technical descriptions, but through images capable of

conveying what it truly means to be there, on the front line. I

imagined classrooms filled with study and concentration, be­

cause everything begins with a solid foundation, built on sa­

crifice and awareness. Then I shifted the perspective into the

clinical reality: emergencies, precise actions, rapid decisions.

Every constructed scene is not just a representation, but a vi­

sual translation of competence, responsibility, and presence.

Because this is not a job you improvise—you build it day after

day, with rigor and humanity.

Describing it is not enough—

you have to make it visible,

almost tangible, because it is

a role that can only truly be

understood when you step into

its rhythm, its tension, its daily

responsibility.

Everything

begins in a classroom. Not

a neutral place, but a space

charged with expectations. For

Born in 2001, Beatrice Airaldi

grew up guided by deep em­

pathy, a keen eye, and a li­

vely curiosity. Theater soon

captivated her: she gradua­

ted from the Mario Brusa

Academy in Turin, where

she learned to observe the

world and people with arti­

stic sensitivity. But her jour­

ney did not stop there. Dri­

ven by her love for animals,

she specialized as a veteri­

nary technician with ABIVET,

thus uniting science and

passion. Today, Beatrice is

a bridge between emotions

and expertise, between sta­

ge and clinic, always ready

to discover new stories and

to care for those around her.

Beatrice Airaldi

Veterinary Technician

us, studying means building a

solid foundation upon which

real decisions will rest. Every

page read, every concept le­

arned, becomes a piece that

will be needed when there is

no time to think too long. Pas­

sion is not enough. Discipline,

method, and mental presence

are essential.

L’ECOSISTEMA

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APRIL 2026